Volti femminili, mai proposti nella loro interezza ma inquadrati con maestria mettendo a fuoco i tratti più significativi delle labbra, del naso e dello sguardo. Visi a volte interrogativi, altre volte pensierosi o distratti, ma sempre pieni di una carica espressiva che è specchio dello spirito. Silvia Rastelli nonostante la giovane età ha le idee ben chiare su quello che è il suo linguaggio nel campo delle arti visive; una cifra pittorica che riesce a coniugare con risultati lusinghieri una freschezza compositiva e cromatica con una profonda ricerca antropologica e ontologica. I soggetti di Silvia Rastelli il più delle volte sono donne di varia cultura ed etnia. Soggetti che a prima vista possono risultare seriali, quasi standardizzati, eppure ogni volto è differente da quello che gli sta accanto ed ha una sua propria originalità. L'artista si documenta tramite incontri personali ma anche attraverso libri, scatti fotografici ricavati da reportage, immagini pubblicitarie o riviste.
Cerca una bellezza omologata per sdoganarla e darle una valenza universale. Dietro quei volti ci sono mille storie differenti, mille soggettività, mille esperienze legate una all'altra dalla componente femminile.
L'identità culturale e religiosa delle varie donne ritratte da Rastelli si manifesta principalmente con i tratti somatici ma anche attraverso trucchi, orecchini, veli che identificano fisionomie mediorientali, delle nostre latitudini e di quelle d'Asia e d'Africa.
Come è nata l'idea di questi volti femminili?
«In Accademia eravamo in una classe piuttosto numerosa con una percentuale molto alta di ragazze provenienti da varie parti del mondo: è nata da lì l'idea dello stereotipo. L'impatto con Brera per le straniere non voleva dire modificare le loro abitudini, il modo di vestire, il cibo; si viveva in un clima cosmopolita, poi con gli anni si sono "omologate" al resto del gruppo».
Perché?
«Molte vivevano male la loro situazione religiosa, non potevano permettersi atteggiamenti o indumenti occidentali. Differenze culturali che si percepivano anche a livello artistico: tu potevi vedere le opere appese nelle aule e distinguere subito i luoghi di provenienza di ogni autrice».
Ad esempio?
«Le giapponesi avevano uno stile molto pulito, asettico, minimalista. Lavoravano anche con le stoffe e anche il loro abbigliamento era estremamente lineare, pulito e geometrico. Le sudamericane invece avevano un modo di dipingere "sporco". Molto materico, ricco di colori e di sostanza, l'esatto opposto delle giapponesi».
Tu ti senti più vicina alle giapponesi o alle sudamericane?
«Mi ritrovo in uno spirito indefinito, forse dovuto anche alla mia età e all'inizio di una ricerca. Mi piace raccogliere la sobrietà dell'arte asiatica. Usare il legno come elemento primario senza elaborarlo o mascherarlo e poi lavorarci sopra con la matita: la grafite è molto pulita dà l'idea del disegno come se fosse qualcosa di primordiale. Mi piace mantenere questa sensibilità primaria e basilare, meno ricercata rispetto a quella pittorica. Per contro faccio queste macchie di colore molto accese e molto pop: in questo caso uso materiali chimici e artefatti come acrilici, resine, smalti per dare più forza e più corpo e per sottolineare ancora di più la purezza del disegno».
La grazia espressa nei lavori di Silvia Rastelli trova la sua linfa anche in un'altra arte, quella della danza. Silvia infatti la pratica da diciassette anni, attualmente studia a Milano con Gianni Zari ex coreografo e primo ballerino della Scala, quattro giorni alla settimana per una quindicina di ore. La danza a questo livello porta via tempo alla pittura?
«No, pittura e danza si compensano tra loro. Io quando dipingo sono estremamente nervosa perché l'arte, per come l'affronto io, è molto cerebrale, mentre la danza è molto fisica e istintiva: sono l'esatto opposto. Anni fa dipingere era un po' come un momento di sfogo. Studiando filosofia e approfondendo le questioni più profonde dell'arte adesso ogni volta che dipingo mi trovo di fronte a interrogativi notevoli e quindi ogni segno ha il suo peso».
Quindi non c'è istintività?
«No, perché mi sono accorta che per me l'arte è basata su qualcosa di solido e tangibile e quindi non la posso pensare come un momento di abbandono».
La filosofia non rischia di razionalizzare troppo la pittura?
«Direi di no, anzi! Penso che la filosofia abbia aiutato gli stessi artisti a capire l'arte. Nel mio caso mi ha permesso di responsabilizzarmi e prendere coscienza di quello che stavo facendo. L'artista è un "documentatore" della società a lui contemporanea, cerca di spiegare la realtà di oggi attraverso i suoi lavori e lascia un "simbolo" della contemporaneità che sta vivendo».
