Che la percezione delle cose, oggi in misura maggiore che in passato, sia condizionata più dal frammento che dalla completezza, è un dato di fatto, soprattutto nei due campi affini della cultura e dell’informazione. Vorremmo leggere con calma il quotidiano o il magazine che sempre più spesso lo accompagna, o seguire con calma un film, comodamente sul nostro televisore, o abbandonarci a una musica, o passare in rassegna le opere di una mostra, ma difficilmente riusciamo a farlo.
Qualcosa interviene sempre, o quasi: per esempio la musichetta del telefonino che non abbiamo pensato di spegnere, o un impegno improrogabile che ci forza alla fretta, o qualunque altra ragione. Dobbiamo dunque rimpiangere tempi andati, quando lo scorrere delle ore era più lento e infinitamente minori le possibilità di essere distratti? Possiamo farlo, senza averne però particolari vantaggi, rischiando solo di apparire dei nostalgici incapaci di aderire al presente. Oppure possiamo – come fa Silvia Rastelli – accettare lo stato delle cose cercando di trarne il maggiore frutto possibile. Non solo noi ci accostiamo alle arti in maniera non sistematica ma anche concepiamo la realtà per frammenti? Allora concentriamoci su questi frammenti, esaltiamoli, rendendoli espressivi, significativi, estremamente eloquenti.
Su simili basi, Silvia Rastelli si muove coerentemente, dando vita a un mondo visivo in cui, più che l’intera figura umana, compaiono porzioni di un volto, in cui un unico occhio si spalanca, lievemente sgomento di fronte all’irrazionalità e all’insensatezza che là, fuori dal sé, sembra prevalere; oppure altri particolari del corpo, trattati con precisione anche anatomica, tuttavia una precisione non maniacale ma segnata da una leggerezza un po’ distaccata. Anche un solo piede, agile e inarcato, può attirare l’attenzione dell’artista, che ne delinea la forma delicata cercando al contempo sottili corrispondenze cromatiche con lo sfondo. Va da sé che l’immaginario di Silvia Rastelli, tenacemente figurativo, si situa in un ambito che esclude qualsiasi finalità illustrativa e allo stesso modo qualsiasi finalità umanistica.
Cerchiamo di spiegarci. Che lo scopo della pittura di Silvia non sia descrittivo, fotografico, illustrativo appunto, è ovvio: sennò, tra l’altro, lei non sceglierebbe tagli così inconsueti, così stranianti e lontani dalle abitudini percettive di chi guarda l’opera. Ma le sue finalità non sono neanche umanistiche perché non le interessa un discorso sull’uomo, sulle sue condizioni nella storia oggi, e così via. Non è un caso se, accanto ai dipinti dedicati alle figure femminili e maschili, nella sua opera compaiono gli oggetti (magari una semplice scarpina, un frammento di scarpina con i suoi legacci al vento), oppure bellissimi fiori, tutti resi con le medesime intenzioni, con il medesimo elegante distacco. Infatti Silvia non cerca di suscitare in chi osserva le sue opere un coinvolgimento emotivo, così come vieta a sé stessa di esibire, confessare i suoi sentimenti più interni, più privati.
Il suo lavoro – che è poi il lavoro di una giovanissima artista, molto più determinata di quanto la sua dolcezza lascerebbe trasparire – vuole essere prima di tutto una riflessione di ordine espressivo: un’indagine dentro le forme, circa il rapporto tra la forma e lo spazio, circa la corrispondenza tra i colori. Un’indagine tuttavia non fine a sé stessa, non ammalata di tecnicismo ma – ecco riemergere la dolcezza – attenta anche alle ragioni dei sentimenti, all’ascolto delle emozioni.
[mostra “La poetica del frammento“, Casa del Popolo, Rivergaro 2005]
