Si prenda un museo tradizionale con quasi trecento opere firmate dai più importanti artisti di fine Ottocento, lo si apra a una diafana e flessuosa artista-danzatrice-perfomer, le si assegnino sale e muri e ci si stupisca per il risultato.

La sicurezza positivista di molti paesaggi, la timidezza simbolista e appena inquieta di altrettanti ritratti, la salda potenza classicheggiante delle anatomie in odore di igienico salutismo saranno scardinate dalla solidità brillante e impenetrabile di colori compatti che non consentono profondità di sorta; dai segni puliti di un’illustrazione scolpita sulla tela; dalla sincopata, irrituale, incalzante e irritante evocazione di occhi, nasi, mascelle, orecchie, labbra, braccia, piedi, spalle e polpacci.

Tutto concorrerà a costruire un enorme collage-puzzle dalle grandi tessere di colori primari e di neri assoluti, che, a sua volta, conterrà - quasi una matrioska mondriana - altri mosaici con varie declinazioni cromatiche e porzioni di volti femminili, sistemazione in piano di un magico cubo di Rubik che si concede alle bizzarrie, alle perversioni, alle angosce, ai segreti della natura umana pirandellianamente dispiegata in tutte le etnie - una, nessuna, centomila - mentre scandisce il ritmo di un’essenziale e silenziosa sinfonia di colori caldi e di colori freddi. Labbra serrate, sottili, carnose di donne europee, africane, asiatiche, americane, velate e non: sguardi vivi, pericolosamente segnati - e non di rado - da profonde occhiaie, zigomi pesti di luci dolorosamente scure. Un racconto forte, sempre tutto al femminile con un unico intruso maschile, un compagno di vita, elemento nodale di un rigoroso e impenetrabile dittico centrato sulla coppia.

A lui Silvia Rastelli dedica il bassorilievo dipinto di un profilo netto, tagliente e volitivo, un novello federico-da-montefeltro che stacca dal cobalto del fondo lo sguardo lontano; e a lui, lei si avvicina con l’intensità simbolica di un rosso complementare e l’impassibilità di un autoritratto, scrigno impenetrabile di inaccessibili pensieri.

Per comprendere la realtà che la circonda, per raccontarla, Rastelli deve dunque smontarla, sezionarla col suo segno a tratti malizioso, ma sempre governato e severo nel virtuosismo accademico di un pennello che padroneggia la materia, che aggiunge bagliori, luci e forse sogni alle nuove-antiche protagoniste di queste storie da museo, mentre elimina, con voluto gesto straniante, unitaria e scontata completezza di lettura. Non pezzi di divinità smembrate e cadute sulla terra alla Mitoraj, ma lo studio reiterato del complesso universo femminile, sempre più enigmatico, sempre più nascosto e inafferrabile - lo sguardo precluso da una ghigliottina di colore - nelle ultime opere di libera creatività. Lo fa con il patinato ritratto della contessa prussiana Suzanne Henriette Beatrice van Bylandt, finissimo e malinconico capolavoro di Giovanni Boldini che la dipinge sulla tela nel 1901 con un’acconciatura piena di rose alla moda parigina di quegli anni.

Cinque sono le tele che Silvia ne trae, realizzate con una tensione illustrativa da anatomopatologa capace di restituire il soffio della vita a labbra e occhi; e, subito dopo, capace di scorgere, come una regista noir alla Dario Argento nel celeberrimo Quattro mosche di velluto grigio, l’ultima immagine del killer impressa sul cristallino della vittima.

Accade nell’occhio della contessa, ma anche nello sguardo compiaciuto, e venato di un diabolico rosso, della Gabbrigiana-Scellerata-Anna Magnani tratta dall’affascinante volto dell’Edera di quel Silvestro Lega pittore della “macchia” che, nella fierezza rustica delle contadine del Gabbro, paese della zona livornese, aveva trovato fonte d’ispirazione negli ultimi vent’anni dell’Ottocento; ma pure nel verde smeraldo che, come un coccio di vetro, brilla ambiguamente nell’occhio della Fanciulla abruzzese dipinta da Francesco Paolo Michetti intorno al 1880 - maestro della fotografia e grande amico del conterraneo D’Annunzio di cui sorbiva la linfa decadente - improvvisamente cresciuta d’età e già donna con quel mazzetto di fiori acceso di un rosso sospetto. E se le delicate rose chiare della contessa van Bylandt divengono un’unica corolla dalla repulsiva e preoccupante bellezza per il groviglio di petali stropicciati e orlati di misteriosi bagliori rossi, ancora drammaticamente rossi sono i petali in legno profusi in un’installazione che spalanca al ciclo mortalmente vitale di quei fiori le imposte del fertile e generoso estro creativo di Silvia Rastelli.

[catalogo Luna Rossa, mostra alle Gallerie Frugone di Genova e Nervi, 2015]


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